GLI ANTENATI DI UNICREDIT E IL FASCISMO

La forza sulla quale il fascismo poteva contare era una visione particolarmente forte dell’identità nazionale. In quest’ottica sono stati presi dei provvedimenti indubbiamente lungimiranti in chiave di assistenza sociale, dalla creazione dell’Inps agli incentivi alle famiglie numerose, per quanto poi completamente distrutti dagli scempi che faranno seguito. In chiave “patriottica”, il fascismo puntava a creare anche una banca che potesse identificarsi con il regime. Naturalmente non certo per ideologia, ma per caratteristiche di organizzazione e per la sua caratteristica di legarsi al territorio. Ma più che un signolo istituto, la ricerca si proponeva di creare tutto un sistema bancario particoalrmente radicalizzato e dal carattere piuttosto campanilistico.

Il nome che  capitò sotto gli occhi dei vertici politici di allora (stiamo parlando dei primi anni ’20 del 900) fu quello della Banca di Roma, primigenio nucleo dell’attuale Unicredit. O per meglio dire uno dei tanti poli che nel tempo avrebbero creato Unicredit.

Allora, però, c’era ancora quel Banco di Roma che arrivò a intraprendere diverse speculazioni in quello che avrebbe dovuto essere l’Impero Italiano e perciò decise di aprire filiali in Libia, Etiopia e Somalia. MA non fu la sola: a seguirla nell’impresa anche altri grandi nomi che, in futuro, si sarebbero riuniti a formare il gruppo. Insieme alle altre si ricordano Banca Commerciale, Credito Italiano ovvero quelle che erano considerate banche di interesse nazionale (attualmente potremmo paragonarle alle nostre too big to fail) e che tali sarebbero rimaste fino a tutti gli anni ’80. Ma tornando indietro nel tempo, quindi, allora vennero salvate dall’Istituzione provvidenziale dell’IRI.

La necessità di operare insieme alle grandi industrie si faceva sempre più vasta e, ovviamente, in parallelo cresceva anche la sofferenza di non poter partecipare al panorama internazionale a causa del boicottaggio e dalla Guerra che nel frattempo era scoppiata.

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