Fabrizio Zampieri: le Banche e il pericolo di un crash

Un progetto coordinato tra le Banche Centrali mondiali per evitare il tracollo, quello di un’economia globale che è al limite del capolinea. Una volontà di crescita dettata da un capitalismo imperante ed esasperato, tale da divorare le stesse basi che lo hanno generato ossia quelle della Finanza la quale, estremizzata oltre ogni limite, è costretta adesso a reggere il gioco (pericoloso) azzardando sempre più e alzando ogni volta l’asticella del rischio. Un rischio che, alla fine, coinvolge anche chi, con l’alta finanza non ha praticamente a che fare.

Un rischio che è dato tra le altre cose dalla immensa liquidità, spesso inutile, che arriva sui mercati nella speranza, vana, di poter sollevare un’economia asfittica. Alla base un equivoco di fondo e cioè l’errata convinzione che per attivare quest’ultima, sia possibile adottare le stesse regole che sono servite in passato per sostenere i mercati in caso di crash. Una strategia perdente dall’inizio proprio perchè i due mondi, confinanti, sono osmotici ma non sovrapponibili. Perciò se è vero che le Banche Centrali stanno tentando di guarire e sollevare il sistema bancario, aiutandolo nonostante sia stato il primo ad aver causato la crisi, è anche vero che la scelta è del tutto sterile, fine a se stessa.

Stando alle dichiarazioni di Fabrizio Zampieri, economista Head of Finance Department di Eurocom Investment Dubai, l’Europa ha un legame che unisce l’industria e il credito bancario con una percentuale che oscilla tra l’80 e il 90%, il che significa che senza la partecipazione attiva delle banche nel panorama produttivo, la ripresa del sistema sarebbe impossibile. Ma questa è anche la dimostrazione che il Vecchio Continente ha necessità di indebitarsi per poter riprendersi.

Chi gestisce il credito e il debito gestisce anche le regole

In altre parole le banche (centrali) sono le stesse entità che creano le politiche di accomodamento che permettono poi alle altre banche di accedere a finanziamenti agevolati. Cosa poi ne facciano di questi capitali è una storia a sè, un mistero velato dalla privacy cui gli istituti di credito sembrano essere particolarmente legati quando si tratta di grandi somme di denaro. Il segreto bancario, custodito meglio del terzo segreto di Fatima, è stato scalfito solo recentemente e solo sull’onda di scandali di livello mondiale che hanno coinvolto non solo grandi Corporate, ma addirittura governi stessi, come quelli del Lussemburgo, chiamati a doversi giustificare per condotte fiscali troppo “amichevoli”, forse anche al limite dell’elusione fiscale. Ovvio che poi le banche, sommerse di denaro, preferiscano, non dovendo rendere conto a nessuno, investire in attività più lucrose, anche se più rischiose. Ecco allora che gli stessi capitali ricevuti dalla Bce vanno nel flusso degli investimenti per i titoli di stato (secondo le ultime statistiche rese note da Bankitalia) a loro volta calmierati artificialmente proprio dai precedenti interventi della Bce chiamata in causa quando l’euro era al limite della resistenza valutaria e l’Italia rischiava un default con uno spread oltre i 500 punti.

Il credito è elargito sulla fiducia futura di poterlo vedere ritornare con gli interessi

Peccato che, mentre tutto questo accada, poco o niente riesce a filtrare verso l’economia, la quale continua a zoppicare e, di conseguenza, si trova impossibilitata non solo nel restituire il debito contratto e ancor meno gli interessi ad esso legati, ma a volte anche a poterlo chiedere direttamente, questo perchè, ovviamente, l’industria non vive di speculazione ma di produzione. Il che ci porta all’inevitabile conclusione: per quale motivo le banche dovrebbero favorire il credito quando hanno la possibilità di puntare su un gioco le cui regole vendono fissate di volta in volta dai banchieri?

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