Dove non arriva la gelosia internazionale, arrivano gli italiani a sminuire Fiat

 

Fiat non piace. Non piace ai tedeschi, forse minacciati da una leadership italica nel settore automobilistico sempre più potente; non piace agli USA, che, forse, hanno accusato malamente il colpo di essere stati ‘colonizzati’ dagli sprovveduti italiani nella roccaforte delle motorizzazione americana; non piace nemmeno agli italiani, i quali, col proprio spirito auto-critico e sminuente, non perdono occasione per andare a pescare solo gli aspetti meno ‘nobili’ della qualsivoglia buona riuscita di un progetto.
Fiat non piace, o così pare all’evidenza. La prima a muoversi sul fronte delle malelingue è stata la nobile Germania che, dopo aver ironizzato sulla possibilità di cambiare il marchio da Fiat a Faad (fabbrica americana automobili Detroit), ha poi accusato il colpo di un nuovo piano industriale per l’azienda torinese che punterà a rilanciare il comparto delle grandi automobili di lusso con una unione Alfa Romeo-Maserati. Una realtà, quella tedesca, in cui Fiat è solo uno dei grandi competitors che si frappone nel mercato nazionale, che è già solito assistere ad accese conflittualità interne (ne è esempio la recente dichiarazione di Audi di un piano di investimenti entro il 2018 da 22 miliardi, per contrastare la competitività delle rivali BMW e Mercedes, anch’esse sul piede di guerra).

Tra America e spirito italico

Quando si parla di America non si può non esimersi dal parlare di Agenzie di Rating e, in particolare, dell’infondatezza che spesso affligge i responsi di queste ultime. A sbilanciarsi a tal proposito è stata la celeberrima Moody’s, la quale, dopo l’acquisizione della casa di Detroit e l’annuncio di Marchionne in merito allo spostamento della sede legale di Fiat nella capitale americana, ha preso in mano il resoconto delle recenti contrattazioni Chrysler-Fiat, evidenziando come il memorandum siglato con Veba per il versamento annuo di 700 milioni di dollari a titolo di ‘buonuscita’, potrebbe potenzialmente mettere a rischio la redditività dell’impresa torinese. Una conclusione che, fin da subito, è apparsa poco fondata e che, con un sorriso, è stata letta come la ripicca statunitense verso un’acquisizione valutata un decimo dell’importo versato da Daimler nel ‘98.
Tedeschi sul piede di guerra, Statunitensi sul filo della vergogna ed italiani che, prima ancora di capire cosa effettivamente stia succedendo, si sbilanciano in giudizi affrettati su possibili chiusure di stabilimenti produttivi e su un’attività commerciale che, spostando il proprio fulcro ad occidente, tenderà a contribuire in misura sempre minore alla redditività di un bilancio statale, che vede a sua volta affievolirsi sempre di più la forza dell’imprenditorialità e della competitività nazionale.

Non si può certo biasimare la paura dei Merkeliani; non si può disapprovare l’orgoglio ferito della Federal Reserve. L’unica cosa davvero da non tollerare è forse, allora, la tendenza di un Paese, l’Italia, che troppo spesso pensa alle ‘lasciate’ solo dopo averle ‘perse’. E si sa: correggere in corso d’opera è un conto; tornare indietro dopo il passo definitivo è un’altra storia…

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